Anche questa volta siamo di fronte a un monte: è il Tabor. E’ riconoscibile perché in alto vi è rappresentata la Santissima Trinità, questa volta non con il simbolo delle tre rose, ma con l’iconografia classica: l’occhio del Padre, la colomba dello Spirito, il Cuore di Gesù, il triangolo trinitario. Vi è poi la scritta in latino “Questi è il mio Figlio prediletto”, che rimanda all’episodio evangelico della trasfigurazione. Infine la nube. Alla ferita del Cuore di Gesù sono legate con tre catene d’oro, le catene dell’amore, tre colombe: sono gli apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni, quelli che Gesù prese appunto con sé sul Tabor (cfr Mc 9,2-8). Ci è poi una colomba libera, che Madre Serafina dice essere lei stessa, che durante una sua estasi ha ricevuto la grazia di poter contemplare questo evento narrato da tutti e tre i vangeli sinottici. L’esperienza taborica è molto cara alla spiritualità dell’oriente cristiano, sia tra i cristiani greci sia tra quelli slavi. E’ infatti la meta dell’intero cammino spirituale e consiste nella contemplazione della luce taborica all’interno del proprio cuore, purificato e dunque deificato. E’ la partecipazione alla comunione trinitaria, che è dono elargito, ma dopo un lungo cammino di ascesi e purificazione. Non è frutto del proprio merito, ma dono di grazia che però necessita di uno spazio di accoglienza: a questo serve l’ascesi, a liberare il cuore da ciò che non serve, da ciò che ostacola, da ciò che non appartiene alla verità dell’uomo creato a immagine e somiglianza di Dio. La contemplazione della luce taborica è l’esperienza che suggella l’autenticità del cammino spirituale. Solo dopo che il padre spirituale o la madre spirituale ha riconosciuto nel discepolo questa esperienza, allora quest’ultimo può iniziare a scrivere, con le parole o con i colori (le icone), per dire la Trinità; se così non è, si dice solo la propria miseria.
Il sentiero che conduce alla cima del Tabor, oltre a essere molto ripido, è costeggiato da rose, come nella salita al Monte Carmelo commentata nel precedente Cuore. Qui però meno sono le rose e più le spine. Nel cammino spirituale mai mancano le consolazioni, ma più si progredisce più radicali sono le desolazioni, perché il cuore deve togliere da sé tutto ciò che non è Dio per giungere appunto alla deificazione. I padri del deserto per primi ma poi tutto l’Oriente cristiano offrono moltissimi trattati sulla purificazione dell’intelletto e del cuore; anche la chiesa latina non ne è ovviamente priva. Tutti però poggiano sui testi redatti da Evagrio Pontico, il primo che, nel deserto dell’Egitto, ha messo per iscritto in maniera sistematica il cammino spirituale cristiano.
Questo grande autore spirituale offre un percorso in tre tappe.
La prima consiste nella “praktiké”, che ha una connotazione fortemente etica. E’ quel metodo spirituale che purifica del tutto la parte passionale dell’anima e conduce alla libertà, alla naturale salute dell’anima. Questa si acquisisce attraverso la lotta contro la gola, la lussuria, l’avarizia, l’accidia, la tristezza, l’ira, la vanagloria, la superbia e attraverso l’osservanza dei comandamenti.
La seconda tappa consiste nella “phisiké”, cioè nella contemplazione del mondo naturale, la creazione, scorgendovi in esso l’immateriale, il Creatore.
La terza e ultima è la “theoretiké”, cioè la conoscenza del Dio trinitario; tale conoscenza consiste nella comunione personale con Lui. Qui si vive la preghiera pura, “in Spirito e verità” (cfr. Gv 4,23). Qui si sperimenta la beatitudine escatologica.
Madre Serafina conclude la presentazione di questo Cuore con la raccomandazione a custodire la solitudine e il silenzio. Non è una novità, fin dai tempi del deserto i padri ripetevano: “Siedi nella tua cella e la tua cella ti insegnerà ogni cosa” (abba Mosé). Non si tratta di fuggire le relazioni con i fratelli e le sorelle, bensì di costruire quel fondamento solido per le relazioni stesse. Se non si purifica l’intelletto, non si è capaci di ascolto. Se non si è capaci di silenzio, non si pronunciano parole di sapienza. Se non si purifica il cuore, non si è capaci di carità. La purificazione avviene restando soli con se stessi per conoscere la propria interiorità, per lottare contro i pensieri cattivi, per incontrare Dio. Solo quando la solitudine diventa paradiso, giardino in cui la mente e il cuore passeggiano con Dio (cfr. Gen 3,8), allora si esce dalla solitudine per incontrare i fratelli, per servirli. Se così non è, gli altri vengono cercati per riempire il proprio vuoto interiore, per distrarsi, per riempire di chiacchiericcio vano le giornate.