Madre Serafina ha chiamato questo disegno “Salita al Monte Carmelo”. Il riferimento è a un’opera di S. Giovanni della Croce, il riformatore, insieme a S. Teresa d’Avila, dell’Ordine carmelitano. Le sue opere sono state pietra miliare nel cammino ascetico e nella formazione spirituale di generazioni e generazioni di cristiani (e non solo di cristiani). Madre Serafina non ha certamente potuto accostare questo testo direttamente, essendo lei analfabeta, ma di sicuro ha ascoltato le parole di molti predicatori relative a questo testo e alle tappe del cammino spirituale che Giovanni della Croce propone. Sappiamo inoltre che Madre Serafina aveva per principale maestra spirituale S. Teresa d’Avila, la quale ovviamente ben conosceva Giovanni della Croce. Dunque direttamente da S. Teresa Madre Serafina ha ricevuto quegli insegnamenti che poi ha rielaborato e ripresentato alle sue figlie, chiamate a vivere la vita contemplativa non secondo la spiritualità carmelitana, ma come adoratrici. 

Venendo al disegno, ai piedi del monte ci sono delle rose, che simboleggiano le virtù che la persona deve possedere per potersi inoltrare nel cammino verso la contemplazione di Dio. Non esiste infatti vita spirituale senza solida vita ascetica. Questa non è soltanto una legge dello spirito, ma anche del corpo e della mente. E’ necessario dirsi continuamente dei no per potersi dire dei sì autentici, liberi e veri.

Il primo ad aver messo per iscritto l’analisi dei vizi che seducono la mente dell’uomo, trascinandolo nella schiavitù, è stato Evagrio Pontico. Dopo di lui moltissimi autori spirituali ne hanno parlato, riproponendo la medesima dottrina con sfumature e sottolineature personali o rispecchianti il loro tempo; tra loro anche Giovanni della Croce. Ma sempre si tratta di gola, di lussuria, di avarizia, di accidia, di ira, di tristezza, di vanagloria e di superbia.

Se non si vive nel continuo combattimento spirituale, facendo della tentazione l’occasione favorevole per discernere i pensieri e i sentimenti, non si cammina nello Spirito. 

 

Anche se ognuno ha un suo personale cammino di crescita umana e spirituale, sempre può scegliere se perseguire l’obiettivo con ferma determinazione – come sempre diceva S. Teresa – o se perdere tempo tergiversando tra cose inutili o comunque non strettamente necessarie. Il retto cammino è più faticoso, certamente, ma permette di raggiungere la meta in minor tempo senza rischiare di perdersi per altre strade. Il cammino è di tipo spirituale. E’ vero che esso porta alla pienezza del proprio intero essere, ma l’obiettivo non è la perfezione del sé, autocentrato e autoreferenziale. Entrare nella contemplazione significa partecipare della comunione trinitaria. Creato a immagine e somiglianza di Dio, col peccato l’uomo ha perso la somiglianza; sostenuto dalla Grazia, ha la possibilità di recuperarla compiendo questo cammino spirituale. In questo modo giunge a essere veramente se stesso, tutto intero, corpo, mente e spirito; ma la verità del suo essere non è lui stesso, bensì lui partecipe della comunione trinitaria. Fuori di questa, non è autentico compimento del suo essere. 

I cuori disseminati lungo il percorso vogliono ricordare esattamente questa realtà: si va al Padre, per il Figlio, nello Spirito.

I cuori sono quattro; sono i quattro nomi con cui rivolgersi a Gesù lungo il cammino: Gesù, Amore, Sposo, Diletto. Abbiamo già incontrato precedentemente questi quattro titoli, nel nono Cuore, a cui si rimanda. 

 

Il sentiero che sale verso la cima è costeggiato da ubertosi grappoli di uva: li abbiamo trovati già nel quattordicesimo Cuore e simboleggiano le grazie con cui Gesù nutre l’anima in cammino. 

Ci sono cespugli di rose, simbolo dell’amore. Non c’è altra motivazione per il cammino che l’amore; ma non c’è rosa senza spina, a dire che sempre il cammino richiede fatica e dolore: il combattimento spirituale è autentica lotta contro i vizi.

Ci sono dei melograni, che simboleggiano la carità. Il cammino è sempre personale, ma mai solitario. Sono infatti rappresentate anche delle colombe, cioè altre persone in cammino verso la Trinità. Se con i fratelli e le sorelle non si vive la mutua carità, non c’è vero cammino spirituale. 

Meta del cammino la Trinità – le tre rose che già conosciamo -, ma non solo! Due sono i cuori: uno è quello di Gesù, l’altro, trapassato dalla lancia, è quello di Maria. 

Una bandiera con una scritta: “Chi per fuoco d’amor qui in alto giunge e siede, i Cuori di Gesù e Maria, in suo bel cuor possiede”.

Un arcobaleno: giunta alla meta della contemplazione, la persona finalmente gode di Dio ed è nella pace e del cuore, e della mente, e dello spirito. Questa pace non è assenza di problemi o di dolori, perché si è ancora sulla terra; è una pace più profonda, è lo shalom augurato da Gesù risorto, che niente può turbare e grazie al quale si vivono in maniera diversa le contrarietà dell’esistenza terrena.