E’ un Cuore, il diciottesimo, che in realtà non necessita di grandi spiegazioni. La simbologia rappresentata infatti è quella ormai usuale: il Cuore di Gesù al centro, la fiamma d’amore, la croce, la ferita, la corona di spine e le catene d’amore. Di ciascuno di questi simboli è già stata data spiegazione precedentemente. La novità consiste nei due cuori posti alla destra e alla sinistra del Cuore di Gesù. Alla sinistra vi è quello del Padre Spirituale. Al suo interno le tre rose, a simboleggiare la Santissima Trinità, la Croce, il nome di Gesù. Questo a dire come per essere veramente tale il Padre Spirituale deve vivere una vita di profonda comunione con Dio. Prima ancora che il servizio agli altri è infatti indispensabile coltivare la propria personale vita spirituale. Dalla tradizione della Chiesa possiamo attingere per riflettere sulla figura del Padre spirituale. Non è necessariamente un sacerdote e non è necessariamente un padre: fin dai tempi antichi infatti innumerevoli erano le madri, basti pensare a Sincletica o Teodora o Sarra, nell’esperienza del deserto del III e IV secolo. La sua autorità non è giuridica, ma carismatica; non è cioè legato a un ruolo formale all’interno della Chiesa, è invece un dono dello Spirito, ottenuto dopo un lungo cammino ascetico, una soda pratica delle virtù e un’intensa vita di preghiera. Certamente meglio se il Padre Spirituale ha solida formazione teologica, ma la sua sapienza deriva non soltanto dall’intelletto, quanto soprattutto dall’esperienza. Il Padre Spirituale è persona di carità: comprensione, misericordia, pazienza e dolcezza. Mai scorda la sua propria fragilità, consapevolezza che genera umiltà. Non si autoproclama Padre Spirituale: sono gli altri che riconoscono in lui il dono della paternità (o della maternità). Nel momento in cui ci si rende disponibili a questo servizio, si intraprende anche il cammino della intercessione per i propri figli. Questo vale molto di più di tutte le parole che può pronunciare o i consigli che può elargire.
Restando sempre sulla figura del Padre Spirituale e attingendo alla sapienza dell’esperienza dei padri e delle madri del deserto, dalla presenza di alcuni carismi possiamo comprendere se veramente una persona è padre o madre spirituale.
· Il dono della parola: “Il padre Giuseppe raccontò: “Mentre sedevamo con il padre Poemen, egli nominò il padre Agatone. -E’ giovane, gli dicemmo, e perché lo chiami padre?- Il padre Poemen disse: -La sua bocca gli ha meritato di essere chiamato padre-”. (Poemen 61)
· Il dono del discernimento: “Fu chiesto a un anziano: -Come posso trovare Dio? Con i digiuni? Con le fatiche? Con le veglie? Con la misericordia?- E quello rispose: -Molti hanno tormentato la propria carne senza discernimento e hanno finito per andarsene a mani vuote, senza aver nulla. La nostra bocca puzza per i digiuni, abbiamo imparato a memoria le Scritture, abbiamo recitato tutto David, eppure non abbiamo ciò che Dio cerca, cioè il timore, la carità e l’umiltà-” (Serie Sistematica X,135)
· Il dono della discrezione: “C’è un’ascesi stimolata dal nemico, perché pure i suoi discepoli la praticano. Come possiamo dunque distinguere la divina, regale ascesi, da quella tirannica e demoniaca? E’ chiaro: dalla discrezione. Sottoponi tutto il tuo tempo alla regola del digiuno: non digiunare quattro o cinque giorni e rompere il digiuno un altro giorno con una grande quantità di cibo. La mancanza di misura è sempre nociva”. (Sincletica 15)
Sulla destra del Cuore di Gesù vi è un cuore identico, all’esterno e all’interno, al cuore del Padre Spirituale, ma sotto vi è una “S”, a dire che è il cuore della “serafina”, cioè di colei che sta camminando lungo il sentiero delle Divine Meraviglie del Cuore di Gesù.
Unica differenza è che nel cuore del Padre Spirituale c’è una chiave e in quella della serafina un lucchetto.
Questo ci dà occasione di riflettere sull’atteggiamento spirituale del discepolo perché egli possa dirsi realmente tale e perché la relazione tra i due possa definirsi autenticamente spirituale.
Attingiamo sempre alla sapienza dei padri e delle madri del deserto.
· Manifestazione dei pensieri: “Niente rallegra tanto i demoni ed è così nocivo per i monaci come quando essi nascondono i loro pensieri ai padri spirituali. Figlio mio senza che io abbia a dire una parola, la tua confessione ti ha liberato da questa schiavitù; confessando contro te stesso tu ora hai ucciso il demonio che, quando tacevi, ottenebrava il tuo cuore […] D’ora innanzi non avrà alcun posto in te, perché è stato cacciato dal tuo cuore e messo alla luce del sole” (Sist. IV, 25)
· Atteggiamento di fede: “Se vai a interrogare un padre riguardo ai tuoi pensieri, dapprima prega Dio con queste parole: - Signore, metti ciò che tu vuoi sulla bocca dell’anziano perché me lo dica. Io accoglierò ciò che viene da lui come se provenisse dalla tua bocca. Confermalo, o Signore, nella tua verità perché per suo tramite io conosca la tua volontà -. E custodisci così ciò che ti dice il padre con attenzione e con timore”. (N. 592/58)
· Obbedienza: “Abba Mosè disse: - Il monaco che vive sotto un padre spirituale e non esercita l’obbedienza e l’umiltà, ma di sua iniziativa digiuna o fa qualunque altra cosa che gli sembra buona, non otterrà una sola virtù e ignorerà che cos’è un monaco -” (PE I,20,6)