Il cuore di Gesù, fornace d’amore e sorgente di abbondantissime grazie, occupa l’intero disegno. Al centro del cuore le tre rose: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Si va al Padre per il Figlio nello Spirito Santo. Questa la via e la meta del cammino spirituale cristiano. Ma la Trinità è comunione, dunque mai una delle tre Persone è senza le altre due. Dunque venire ad adorare Gesù nell’Eucaristia è sempre un entrare nel circolo d’amore che lega i Tre. Già questo è grazia suprema, perché ci libera dalla solitudine esistenziale che spesso amareggia il nostro vivere e il nostro percepirci, restituendoci a quella che è la nostra autentica identità: siamo persone uniche e irripetibili, ma costitutivamente fatte non per un generico relazionarci, ma per vivere di comunione e nella comunione, con Dio e tra noi. Bene lo aveva compreso Agostino, nostro Padre nella fede, il quale nella Regola che scrisse per chi sceglieva di vivere la vita monastica così ha detto: “abitare perfettamente concordi nella comunità della casa di Dio, per essere tutte un cuor solo e un'anima sola tesa verso Dio”. Questa è la nostra autentica di esseri umani, questo l’anelito più sincero del nostro cuore.        

Sempre all’interno del cuore sono raffigurate quattro grandi rose; delle colombe hanno il becco immerso in esse. Solo le piaghe delle mani e dei piedi di Gesù. La catena d’amore lega rose e colombe alla ferita del costato, ove altre colombe hanno il becco immerso. Sotto, fuori dal cuore, un’ancora fiammeggiante, anch’essa legata alla catena d’amore. Spiegando il Cuore, Gesù dice a Madre Serafina che le anime devono molto riflettere e molto contemplare la Sua Passione, sorgente di abbondantissime grazie. Se è vero che siamo fatti per dimorare nella Trinità e per vivere tra noi relazioni trinitarie, di fatto sperimentiamo fatiche immense nell’amare. I piedi stentano ad andare verso tutti i fratelli e le sorelle, senza fare distinzione alcuna; le mani faticano ad aprirsi per donare a chiunque ci domanda; il cuore fatica ad accogliere chi ci ha ferito o fatto del male. Stare nelle piaghe dei piedi, delle mani, del cuore di Gesù è lasciarsi plasmare e formare dall’amore che tutti ama, sempre, per primo. Anche Agostino ben lo ha sperimentato. Nella Lettera 211, che è appunto la Regola, non si vergogna di elencare i vizi e le fatiche di chi pure ha scelto di appartenere in maniera radicale a Gesù e di vivere la vita evangelica. Per questo suggerisce dei criteri per ricomporre le divisioni, placare le liti, vivere nella pace e nella fraternità. E’ concreto: tocca il tema della monache ribelli, di chi suscita contese, di coloro che vivono nella rivalità invece che nella  comunione, di chi si appropria dei beni anziché metterli in comune, di chi è superbo, di chi a tavola è dominato dalla gola; parla della cura delle malate, dell’abito, dell’atteggiamento esteriore, dei doveri di carità, di come esercitare l’ufficio dell’autorità e di come obbedire. Tutto deve essere evangelicamente orientato, ma perché così sia è necessario riconoscere il vizio e, con la grazia di Dio, trasformarlo in virtù.