NOSTRA AETATE buddhismo
Dichiarazione del Concilio Ecumenico Vaticano II sul DIALOGO INTERRELIGIOSO
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Nel medesimo paragrafo 2, Nostra Aetate menziona il mondo buddhista. Si legge:
Nel buddismo, secondo le sue varie scuole, viene riconosciuta la radicale insufficienza di
questo mondo mutevole e si insegna una via per la quale gli uomini, con cuore devoto e
confidente, siano capaci di acquistare lo stato di liberazione perfetta o di pervenire allo stato di illuminazione suprema per mezzo dei propri sforzi o con l'aiuto venuto dall’alto [1]
Le relazioni pre-conciliari sono rare, come pure le esperienze missionarie aperte alla
interculturalità. Situazione diametralmente opposta a quella della filosofia occidentale, che già a fine Ottocento aveva volto lo sguardo a est, mostrano estremo interesse; influssi buddhisti si trovano in Schopenhauer come anche in Heiddeger.
L’interesse degli studiosi europei ha un contraccolpo nell’ambito teologico cattolico e negli anni Trenta importanti autori iniziano a interessarsi di buddhismo e a fare comparazioni tra la metafisica buddhista e quella cristiana. Primo tra essi è Henri de Lubac, cui segue Romano Guardini, Jules Monchanin e infine Teilhard de Chardin.
Quest’ultimo vive per un ventennio in Cina e in questo contesto ha modo di approfondire il buddhismo, ma il suo personale impianto teologico centrato sulla convinzione che nella storia ci fosse un piano evolutivo guidato e illuminato dalla Incarnazione di Cristo, è agli antipodi della metafisica del vuoto e della vacuità tipiche del buddhismo. Il suo giudizio influisce profondamente sul pensiero di molti, in Francia soprattutto. Si assiste così al nascere di un interesse verso questa spiritualità poco conosciuta, ma circolano anche molte critiche teologiche per la sua distanza dal cristianesimo.
A ridosso del Concilio si leva una nuova voce, quella del gesuita Hugo Enomiya Lassalle, missionario che pubblica nel 1958 un testo sullo zen come via di illuminazione. La reazione della Santa Sede è drastica e gli intima di non più pubblicare sul tema.
Al concilio è presente Doumoulin, confratello di Lassalle; è a lui che viene chiesto supporto circa il buddhismo ed egli si fa portavoce dell’intera esperienza missionaria gesuitica in Giappone, tra cui anche Lassalle. Ha anche alle spalle una forte esperienza missionaria in Giappone, nonché una elevatissima formazione intellettuale.
Impegnato nell’insegnamento e nell’ambito del dialogo interreligioso, è fermamente convinto che le religioni orientali hanno scoperto preziosi tesori di vita interiore, raggiunti non senza l’aiuto divino.
L’inserire nella Dichiarazione un paragrafo dedicato esclusivamente al buddhismo in termini positivi indica segnare un autentico spartiacque che ha per effetto il fiorire di un vivace dialogo tra cristiani cattolici e buddhisti, soprattutto zen. Le distanze metafisiche non solo permangono, ma sembrano essere praticamente incolmabili.
Come però afferma Trianni, «Con Nostra Aetate la Chiesa ha così inaugurato un’epoca di confronto metafisico e spirituale che rappresenta una delle pagine più difficili
e affascinanti con cui dovrà cimentarsi la riflessione speculativa dei suoi pensatori anche negli anni a venire» [2]
Di qui la sua straordinaria attualità, in un contesto – quello Occidentale - in cui soprattutto lo zen ha raggiunto una diffusione capillare.
Circa le altre religioni, vi è una sola frase: «Ugualmente anche le altre religioni che si trovano nel mondo intero si sforzano di superare, in vari modi, l'inquietudine del cuore umano proponendo delle vie, cioè dottrine, precetti di vita e riti sacri» [3]
Scrive Trianni:
L’estensione di Nostra Aetate alle religioni indiane (induismo e buddhismo) proprio perché
inizialmente non prevista, è il segno tangibile di una maturata consapevolezza da parte del
Concilio di come, in epoca moderna, fosse una necessità quella di fare diventare oggetto di riflessione teologica il pluralismo religioso nel suo complesso. Certamente, inoltre, l’aver
preso in esame le credenze dell’India dopo le asserzioni sull’ebraismo e l’islam, è stato un atto ancora più storico e rivoluzionario. Il legame abramitico, infatti, legittimava, e quasi obbligava ad una presa di posizione complessiva sulle tre religioni “del libro”. L’allargamento alle grandi fedi dell’Asia, invece, - dalle quali però NA 2 esclude jainismo e taoismo -, è una dimostrazione di quanto la problematica teologica sia assai più complessa, e non riguardi tanto gli scenari condivisi dalla Bibbia, ma il comune orizzonte della ricerca umana verso la pienezza e l’assoluto. In conseguenza di ciò, il preambolo che fa da premessa al dialogo tra le religioni viene non soltanto esteso, ma anche centrato su basi antropologiche universali, come già aveva indicato Lumen Gentium e come avrebbe chiarito ancora meglio Dignitatis Humanae [4]
[1]
Nostra Aetate 2
[2]
P. TRIANNI, Nostra Aetate. Alle radici del dialogo interreligioso, Lateran University Press, Roma 2016
[3]
Nostra Aetate 2
[4]
P. TRIANNI, Nostra Aetate. Alle radici del dialogo interreligioso, Lateran University Press, Roma 2016