“Il Signore veglia sul cammino dei giusti,

ma la via degli empi andrà in rovina”

(Salmo 1,6)

 

Considerando la figura storica e le vicende che caratterizzarono l’infanzia        e la prima giovinezza di Marianna De Leyva, viene quasi spontaneo, sotto un certo punto di vista almeno, accomunarla all’infelice Saffo, di leopardiana memoria. 

Anche la nostra Marianna, infatti, guardando al dipanarsi dei suoi primi anni e a come, il destino di essere rimasta, in tenerissima età, orfana di madre (l’unica persona che, nell’ambito della sua “blasonata famiglia, le volesse realmente bene) e la “fatalità”, verificatasi proprio nel periodo della sua prima giovinezza, proprio quando si apriva per lei la prospettiva di un conveniente matrimonio, del secondo matrimonio del padre, abbiano determinato l’esito successivo della sua vita, potrebbe far tranquillamente sue le parole sconsolate di Saffo (“Qual fallo mai, qual sì nefando eccesso macchiommi  anzi il natale, onde sì torvo il ciel mi fosse e di fortuna il volto? In che peccai bambina, allor che ignara  di misfatto è la vita,…?”)  e, nella vita dell’infelice poetessa greca, leggere, in controluce, la sua stessa esistenza. Anche il rapporto nei confronti dell’ aspetto fisico” è un dato che, a nostro giudizio, le può accomunare, sebbene, a prima vista, ciò possa non sebrare. Saffo (così si dice ) era totalmente priva di ogni bellezza esteriore e per questo soffriva profondamente, in quanto convinta che “per virili imprese, / per dotta lira o canto, / Virtù non luce in disadorno ammanto”. Marianna, invece, sappiamo che era “bellissima”. Eppure, anche se possiamo attribuire a lei ( e quasi senza timore di sbagliare in quanto Manzoni attinge, con tutta probabilità, anche questo dato da fonti storiche), la stessa descrizione che Manzoni fa di Geltrude nelle pagine del Fermo e Lucia in cui dice che: “A misura ch'ella si avanzava nella puerizia, le sue forme si svolgevano in modo che prometteva una avvenenza non comune agli anni della giovinezza”… (Manzoni Fermo e Lucia cap.II), sappiamo anche, sempre dallo stesso autore, che, sebbene “… la natura le aveva dato un volto che per poco che gli si lavorasse attorno stava bene”, e quand’anche “… dalle sue consulte ella aveva conchiuso che anche in quell'abito ella era avvenente assai, quand'anche ella se lo udiva ripetere dalle più mondane o dalle più adulatrici fra le sue compagne, il suo cuore ne rimaneva tutt'altro che soddisfatto (Manzoni Fermo e Lucia cap.IV).

Perciò, i “doni di natura” (non ricevuti in dote o avuti in sovrabbondanza), sono per entrambe motivo di cruccio. 

Sempre in quest’ottica, dell’ “arcano consiglio” che “move i destinati eventi”, potremmo, poi, chiederci, se, a determinare la triste esistenza di sr. Virginia, non influì (almeno in parte) anche la sua condizione storica e sociale. Infatti, è vero che “È uno dei caratteri più ammirabili e più divini della religione cristiana, di potere in qualunque circostanza dare all'uomo che ricorra ad essa, un rimedio, una norma, e il riposo dell'animo” e che “Quegli stesso, che per violenza altrui o per suo fallo, o per sua malizia s'è posto in una via falsa può ad ogni momento approfittare di questi beneficj. Poiché, se la via ch'egli ha intrapresa è … difficile, pericolosa, spiacevole, ma senza adito al ritorno, da questa stessa dura necessità di proseguire in essa, la religione cava un motivo e dei mezzi per renderla regolare, praticabile, sicura, diciamolo pure arditamente, soave e deliziosa”.  E che “Disapprovando i motivi che l'hanno fatta intraprendere, perché erano falsi, essa ne somministra un altro nuovo ed inconcusso per continuarla, e dà ad una scelta temeraria o infelice ma irrevocabile, tutta la santità, tutti i conforti, tutta la sapienza della vocazione” e che quindi “Con quest'ajuto Geltrude a malgrado della perfidia altrui, e dei suoi errori d'ogni genere avrebbe potuto divenire una monaca santa, e contenta” (Manzoni: Fermo e Lucia). Ma è vero anche che, il contesto sociale in cui visse fin dall’infanzia, non solo non le fu di alcun aiuto per poter giungere a tale risoluzione, ma ben sì la orientò in tutt’altra direzione.

Ma poiché il Signore “veglia sul cammino dei giusti” e solo “la via degli empi andrà in rovina” (Salmo 1,6), dato che Egli sa scrivere diritto anche sulle righe storte, come vedremo alla fine, tra gli  “esempj dei quali si è conservata la memoria, di donne che strascinate al chiostro con l'arte e con la forza, e dopo d'essersi per alcun tempo dibattute come vittime sotto la scure, vi trovarono la rassegnazione e la pace; una pace quale si trova di rado negli stati eletti più liberamente” (Manzoni: Fermo e Lucia) possiamo annoverare anche la nostra sr. Virginia De Leyva.

Vediamo, allora, la sua storia.

Marianna, nasce nel 1575, da don Martino De Leyva‚ (che era figlio secondogenito di Luigi De Leyva, principe di Ascoli e che, come ogni cadetto, aveva intrapreso la carriera militare) e da donna Virginia Marino. Il matrimonio non fu, per don Martino, privo di interessanti risvolti economici. Donna Virginia, infatti, era figlia, nonché erede, di uno dei più facoltosi uomini di Milano, il banchiere Tommaso Marino e, all’epoca del matrimonio con don Martino, era vedova (di Ercole Pio di Savoia) con cinque figli (che dopo la morte del primo marito e del padre, aveva lasciato in custodia ad uno zio affidandone a lui la cura, per tornare a Milano onde gestire le finanze paterne, le quali, sebbene “in dissesto” a causa della vita dispendiosa condotta dal Marino, permettevano alla figlia di disporre di un’eredità pecuniaria, decisamente “cospicua”). Gli accordi matrimoniali, infatti,  stabilivano che Virginia avrebbe portato in dote 50.000 scudi. (che furono poi commutati nel possesso di buona parte di palazzo Marino – una “quota” di valore equivalente se non superiore alla cifra pattuita– “quella cantonata – ci informa, infatti, il notaio Pietro Cicero -  verso S. Fedele pigliando da detta cantonata sino a tutto il netto dell’andito della porta che resguarda S. Simplicianino nel quale apartamento interviene esso andito, una saletta et tre camere et un porteghetto con due vasi necessari et un poco di giardino in larghezza di braccia cinque onze tre e mezza in larghezza braccia 27 e mezza in circa, con un pozzo et due torriole, le quali vanno a servire ad  uno apartamento superiore simile a questo et sotto le sue cantine con il medesimo riparto, il tutto è in volta.”). Ciò permise a don Martino di poter aspirare, a cariche di prestigio (cosa per la quale erano necessari molti soldi… che il matrimonio con donna Virginia gli procuro con dovizia anche superiore al necessario).

Apriamo, a questo punto, una parentesi e soffermiamoci brevemente a considerare alcuni aspetti di Palazzo Marino (dove Virginia Maria nacque e visse i suoi primi anni) e delle vicende della famiglia di Tommaso Marino  (il padre di Virginia Marino e, dunque, il nonno materno di Marianna, la nostra futura monaca di Monza).

Una curiosa e, considerato l’argomento della nostra trattazione, anche “sintomatica” leggenda, narra che Palazzo Marino sorse, così bello e maestoso, per l’esplicita volontà di Tommaso Marino. Egli, vedendo un giorno uscire dalla chiesa di S. Fedele, la bellissima Ara Cornaro, figlia di un nobile veneziano, se ne innamorò perdutamente e la chiese in sposa ottenendone, però, sulle prime, un rifiuto a causa dell’inadeguatezza, a giudizio del nobile veneziano, dei palazzi milanesi: nessuno reggeva il confronto con la sontuosità delle dimore patrizie veneziane. Pur di sposare la fanciulla amata, Tommaso Marino “diede fondo” alle sue ingenti ricchezze facendo edificare, proprio sulla piazza della chiesa di S. Fedele (il luogo dove aveva visto per la prima volta Ara Corsaro), Palazzo Marino, una costruzione che, per sontuosità e bellezza, era superiore a qualsiasi altra dimora milanese. Isolato sui quattro lati, l’edificio è, infatti, un capolavoro architettonico disposto su tre ordini (dorico l’inferiore, ionico quello di mezzo e corinzio il superiore).

Poiché, però, il ricco banchiere, era inviso alla maggior parte della popolazione milanese (a causa  della sua arroganza e dell’immensa ricchezza che egli aveva accumulato agendo in modo scaltro e non sempre corretto), su Palazzo Marino e le vicende della ricca famiglia milanese nacquero subito varie leggende e “vaticini”. 

Uno di questi, così recita: “Congeries lapidum, multis constructa rapinis, aut uret, aut ruet, aut alter raptor rapite” (la congerie delle pietre, costruita con molte ruberie, o brucerà, o rovinerà, o sarà rubata da un altro ladro). 

Effettivamente Palazzo Marino, fu, per così dire, “rubato” ai Marino dallo Stato del Ducato di Milano che, nel 1577, credendosi, erroneamente, creditore nei confronti dei Marino, lo confiscò agli eredi per la cifra di 33.332 scudi, equivalente ai due terzi del valore effettivo dell’immobile stimato attorno ai 50.000 scudi (Palazzo Marino ritornerà in possesso degli eredi di casa Marino - tra cui è don Martino De Leyva, il padre di Virginia - solo nel 1582).

Anche le vicende della famiglia Marino non furono esenti da “torbidi” eventi.

Di Tommaso Marino, infatti, si dice che, dopo aver tanto amato la moglie Ara Cornaro, l’abbia, però, infine uccisa, mentre di due  suoi  figli è certo che il minore, Andrea, all’età di quattordici anni, uccise un servo, mentre Nicolò uccise la moglie (Luisa De Lugo de Herrera, figlia di un console, nonché appartenente ad un’importante famiglia spagnola), dandosi poi alla macchia per sfuggire alla prigione (dato che, vista l’importanza della famiglia offesa, il delitto fu perseguito dalla Corte Spagnola).

È questo, dunque, il  “clima familiare” in cui Marianna, prima ed unica figlia della coppia Marino De Leyva, viene alla luce, in una data imprecisata, che spazia tra la fine del 1975 e i primi mesi del 1976.

La madre muore di peste quando Marianna ha circa un anno. Prima di morire ella fa testamento a favore di Marianna e Marco Pio (il maggiore dei 5 figli nati dal suo primo matrimonio) lasciandoli eredi al 50%. Don Martino avrebbe avuto “l’usufrutto della dote e un anello con gemma di valore” (si presume si tratti dell’anello nuziale, ma qualcuno sostiene che don Martino avrebbe dovuto e potuto scegliere, tra i numerosi e preziosissimi anelli della moglie, quello che le fosse risultato di maggior gradimento). Ed è proprio da questo testamento che derivano tutte le “traversie” di Marianna.