La devozione a Maria

“Volgiti a me e abbi misericordia, perché sono solo ed infelice.”
(Salmo 25,16)

 

 

 

Dopo aver considerato, nei capitoli dedicati all’infanzia e ai primi anni in Monastero,  il rapporto di Marianna De Leyva con Dio Padre, vediamo ora com’era quello con la Vergine Madre, prendendo in considerazione quella che era la devozione di sr. Virginia Maria, così come appare dagli atti del processo istruito contro di lei dopo che fu scoperta la sua relazione con l’Osio e tutto ciò che ne era conseguito.
Se la figura paterna era stata più che deleteria e aveva contribuito a generare in Marianna un concetto di un Dio Padre-Padrone, la figura materna, nella sua vita, fu totalmente assente. Era, naturalmente, affettivamente legata alla zia, unica figura muliebre (se si eccettuano le varie balie ed istitutrici cui fu affidata la cura della piccola Marianna) alla quale potesse far riferimento, ma, dopo averne conosciuto i “tratti caratteriali”, non possiamo certo dire che, “tale zia”, abbia donato a Marianna quell’amore materno che la morte della mamma le aveva sottratto.
Orfana di madre fin dall’infanzia, cresciuta con balie ed educatrici e sotto la “vigile sorveglianza” di una zia tanto dispotica quanto bigotta, non sperimentò, dunque, mai, la tenerezza di un amore materno, anzi, potremmo quasi dire che neppure seppe cosa esso fosse: poté forse sognarlo, idealizzandolo, sentendo i discorsi fatti in monastero dalle altre educande, ma nulla più.
Anche le suore del monastero, in cui entrò fanciulla, non poterono rappresentare, nella vita di Marianna, la figura materna di cui ella aveva bisogno, dato che il loro affetto era, tra l’altro, piuttosto “interessato” (soprattutto se stiamo alla versione manzoniana, la quale, anche se forse non totalmente conforme alla realtà,  non deve certo essere priva di un fondo di verità, dato che, Marianna, era davvero la figlia del feudatario della città e di conseguenza, la sua presenza in un monastero monzese, che lo si volesse ammettere o meno, era indubbio che “desse lustro” a quel monastero e che, perciò, le suore ci tenessero a “tenersela ben stretta”).
Anche qui, dunque, “l’esperienza umana” non le fu di alcun aiuto.
Questo, come vedremo, influì nel delineare le caratteristiche  di quella che fu la sua devozione mariana, oltre che, per ciò che riguarda la figlia nata dalla sua relazione con l’Osio, il suo essere “madre”.
Come si rapportava sr. Virginia alla Vergine Santa? Ne era devota, questo è fuori dubbio. Lo dichiara lei stessa, durante il processo, dicendo: “… una volta colta dalla disperazione andai per gettarmi nel pozzo ma trattenuta dalla figura della Madonna che è in fondo del giardino alla quale io avevo devozione.”
Abbiamo, poi, la testimonianza di varie offerte pecuniarie mandate da sr. Virginia a diversi santuari mariani, affinché la Madonna la liberasse dal “maleficio” dell’affezione irresistibile che provava verso G. Paolo Osio. Dichiara, infatti, sr. Virginia, durante l’interrogatorio processuale: “ io non ho … tralassiato … orazioni devozioni …et ho mandato alla Madonna di Caravagio, Ronchato, Loreto, al beato Carlo et ad altre devozioni aciò che Iddio per sua bontà mi liberasse da questo impacio”.
Nell’archivio della Biblioteca civica di Monza si conserva anche il seguente “autografo” di sr.Virginia: “Li argenti datti al Domenego da sr. Paola l’ho dati io da portare alla madonna di Loreto”.
 Di questi “viaggi a Loreto” commissionati da sr. Virginia a varie persone ed in diverse circostanze, ne parla anche sr. Ottavia nella sua deposizione, ricordando che essi erano dovuti espressamente alla devozione di sr. Virginia, la quale, in particolare, aveva mandato un suo servitore, alla Madonna di Loreto “mandandoli gli argenti che il medesimo Osio gl’havea donato facendoli disfare e fare in imagini e in particolare un dio d’amore che il medesimo Osio gl’havea donato”.
Infine, molto eloquente, risulta anche quanto testimoniato, sempre da sr. Virginia durante il processo, riguardo ad una tavoletta votiva da lei mandata alla Madonna di Loreto, dopo il parto del putto morto: “per il gran dolore ch’io ho avuto cascai in infirmità et febre che mi durò tre anni, nel qual tempo io per liberarmi da questa pratica vendei quante argentere che avevo e mandai una tavoletta d’argento ala Madonna di Loreto nella quale era un puttino et una monaca in genochio con ringratiare Iddio e la Madonna che mi avessero preservata che non si fosse scoperto questo fatto e lo mandai da Battista Grosso al quale per il viaggio diedi 6 ducati et uno da offrire e due altre volte anco di poi mandai il suddetto a pregare la Madonna che mi dasse gratia  di liberarmi da questa afettione che avevo verso l’Osio…”.
La devozione verso la Vergine Santa, dunque, non solo è presente nella vita di sr. Virginia ma la Madonna era costantemente da lei invocata, al fine di essere liberata dall’attrazione che sentiva per G.Paolo Osio: “Volgiti a me e abbi misericordia,- avrà forse pregato - perché sono solo ed infelice.” (Salmo 25,16)
Questo continuo “fare voti” e mandare “offerte votive” ai diversi Santuari Mariani, al fine di ottenere la grazia di liberarsi dall’amore che nutriva per l’Osio, prova, tra l’altro, che la relazione con G. Paolo, era vissuta da sr. Virginia, con molto trasporto, certo, ma anche con grande sofferenza interiore, notevoli turbamenti e profonde crisi di coscienza (ma di questo ci interesseremo quando prenderemo in esame specificatamente la relazione tra i due innamorati).
A questo punto, però, “l’avvocato del diavolo”, se così vogliamo chiamarlo, potrebbe farci notare che, quella di sr. Virginia, sembra essere una devozione, per così dire, “do ut des”, anche se non era certo priva di grande generosità (dato che, come abbiamo visto, vende tutti i suoi argenti per farne dono alla Madonna sotto forma di “voti”): Sr. Virginia “offre” ricchi doni e “in cambio” chiede la grazia.
Questa impressione deriva, non solo dal fatto che le preghiere, formulate da sr. Virginia o fatte fare da lei a terzi, sono sempre accompagnate da “doni votivi”, quasi sempre di “notevole valore pecuniario”, ma anche dalla lettura stessa delle deposizioni processuali, da cui emerge la sensazione che, la speranza di sr. Virginia di essere esaudita nelle sue richieste alla Madonna, sia fondata più sul dono che offre, che in quel rapporto interiore che dovrebbe esserci ma non c’è, o meglio, c’è ma, come dicevamo prima, sembra più un rapporto di “vassallaggio” che di filiale fiducia e affidamento alla Vergine Madre.
Ma Maria è una mamma (anche se sr. Virginia “non ne era consapevole”, non avendo mai fatto esperienza di cosa significhi “avere una mamma al fianco”) e come tale “si comporta”, “accontentandosi” dell’amore “semplice e confuso” che sr. Virginia le tributa, vegliando su di lei, … e salvandola dal tentato suicidio. E poi, … chissà che non sia stata proprio la pur “pallida devozione” a Maria che sr. Virginia aveva, non solo a salvarla dalla dannazione ma anche a indirizzarla e condurla sulla via della “santità eroica”. La pietà popolare, infatti, sostiene che nessun devoto della Madonna si danna perché Ella, ha le chiavi del cuore del Suo Divin Figlio e perciò, “per diritto o per rovescio”, trova sempre il modo di indurre anche il peccatore più incallito al pentimento finale e far così prevalere la Misericordia di Dio sulla Sua Giustizia.

 

 


Note tratte da S. Carlo Borromeo: “Di una verace Penitenza” a cura di Ermanno Paccagnini sui Santuari Mariani citati:

“Il Santuario di Roncato (oggi Rancate, frazione di Triuggio, nei pressi di Monza) è il meno noto dei tre e godeva in quegli anni di una certa fama anche perché eretto come chiesa-santuario proprio sullo scorcio del secolo XVI, a ridosso degli avvenimenti che vedono protagonista  sr. Virginia. Dedicato a Maria Assunta, deve la sua iniziale erezione alla apparizione della Madonna a due fanciulli in un bosco vicino al Lambro, nei primissimi anni del cinquecento, come attesta l’affresco votivo rappresentante una madonna col Bambino che porta la data del 1507.

“Quanto alla Madonna di Loreto non è facile stabilire se si tratti del celebre santuario mariano in provincia di Ancona o del Luogo Pio S. Maria di Loreto che sorgeva in Milano, “sopra la piazza di S. Fedele di rimpetto alla Chiesa … fondato dalla pietà di alcuni Cittadini benestanti ad insinuazione del Padre Martino Funes della Compagnia di Gesù” per “sovvenire secretamente a misura del bisogno quelle povere Famiglie, le quali per vergogna, od altri onesti rispetti non si espongono a questuare in pubblico,