Nel cuore dell’empio parla il peccato,

davanti ai suoi occhi non c’è timor di Dio”

 

(Salmo 36,1)

 

 

All’interno del Monastero di S. Margherita, sr. Ottavia e sr. Benedetta si sentono sempre più in pericolo e, approfittando della visita in parlatorio di un certo Damiano, fattore della canonica, nonché servitore ed amico di Gio. Paolo (Domenico, infatti, si era recato al Monastero inviato dall’Osio per avere notizie di sr. Virginia), sr. Benedetta fa giungere a quest’ultimo un accorato appello affinché la aiuti a fuggire dal Monastero monzese e la conduca in un altro lontano, dove poter ricominciare, sconosciuta a tutti, una “nuova vita”.

 

Gio. Paolo, coglie, come si suol dire, “la palla al balzo” e accorre immediatamente a Monza, con un suo piano ben prestabilito in testa. Persuade sr. Benedetta a convincere anche sr. Ottavia a fuggire insieme, ed anche se le rassicura, dicendo loro di volerle portare in un monastero bergamasco, nel suo intimo medita “ben altro”: “Nel cuore dell’empio parla il peccato, davanti ai suoi occhi non c’è timor di Dio” (Salmo 36,1) e il suo intento è quello di “sbarazzarsi” di quelle due “scomode e pericolose testimoni”.

 

La sera del 29 Novembre, le due suore, fanno un buco nelle mura e, accompagnate dall’Osio, si mettono in cammino per allontanarsi da Monza. Giunti nei pressi del fiume Lambro, l’Osio tenta di assassinare sr. Ottavia gettandola in acqua e colpendola ripetutamente alla testa, con il calcio del suo archibugio, quando essa tenta di riguadagnare la riva. Credendola morta si allontana, poi, verso Velate, con sr. Benedetta, la quale, cosa incredibile dopo quanto accaduto (a meno che non si ipotizzi, come qualcuno asserisce, che essi fossero d’accordo nel sopprimere sr. Ottavia), ha ancora fiducia in Gio Paolo e crede ancora che egli intenda condurla in salvo in un altro monastero.

 

Giunti però, a Velate, l’Osio, tenta di sbarazzarsi anche di lei facendola precipitare in un pozzo profondo 33 braccia nel quale, precedentemente, aveva già gettato la testa di Caterina da Meda, la conversa uccisa. (Così facendo, crede di essersi sbarazzato di entrambe le principali testimoni dei suoi amori con sr. Virginia).

 

Gio Paolo Osio, dopo aver fatto fuggire dal monastero sr. Ottavia e sr. Benedetta ed aver tentato di ucciderle entrambe, credendole ormai morte, pensa, con tuta probabilità, di essersi messo “le spalle al sicuro”. Ma si sbaglia.

 

Gli avvenimenti dei giorni seguenti sono, infatti, un continuo susseguirsi di “colpi di scena” che, in poco tempo, portano alla luce tutti gli avvenimenti e i retroscena della torbida vicenda accaduta nel Monastero di S. Margherita.

 

Sr. Ottavia, seppure in fin di vita, riesce a riguadagnare la riva presso il Convento delle Grazie e, qui soccorsa, viene trasportata in nel monastero delle Vergini di S. Orsola, dove vivrà abbastanza per fornire, al Vicario Criminale che la interrogherà, una dettagliata testimonianza sulla relazione di sr. Virginia con Gio. Paolo, sull’uccisione della conversa Caterina, e sulla fuga, sua e di sr. Benedetta, con l’Osio, nonché sul tentativo di quest’ultimo di sopprimerla gettandola nel Lambro.

 

Anche sr. Benedetta, molto malconcia ma ancora in vita, viene tratta in salvo e anch’essa testimonierà al processo e fornirà al Saraceni una minuziosa versione dei fatti.

 

Il 2 gennaio 1608, Gio Paolo Osio, viene dunque chiamato dinanzi alla magistratura civile per rispondere dei crimini a lui ascritti: tentato omicidio di sr. Ottavia e sr.Benedetta (con l’aggravante di averle prima indotte a lasciare la clausura), dell’omicidio della conversa Caterina da Meda, di tentato sviamento delle indagini (con l’aver nascosto in casa del prete P. Arrigone delle armi al fine di farlo incolpare) nell’omicidio dello speziale Roncino.

 

Riconosciuto colpevole, viene emessa, nei suoi confronti, una sentenza che appare quanto mai “severa”, sebbene sia - come sottolinea Franco Galiano - la normale “ prassi giudiziaria criminale italiana che, purtroppo, perdurò fin quasi agli albori dello Statuto albertino”. Vi si dichiara, infatti: “Gio Paolo Osio è condannato alla forca e alla confisca dei beni … ed è bandito per sempre da tutto il territorio di Milano così e in modo tale che, se il detto Osio dovesse cadere nelle mani della giustizia, lo si conduca sopra un carro davanti al monastero di S. Margherita della città di Monza e lì gli si tagli la mano destra; sia poi condotto, sopra lo stesso carro, al luogo dell’esecuzione della sentenza e intanto sia torturato con delle tenaglie incandescenti; infine sia appeso ala forca, così che muoia; e il suo cadavere sia tagliato a pezzi, e questi siano appesi nei luoghi dove sono stati commessi i delitti, fuori tuttavia della detta città”.

 

Da simile condanna, l’Osio scamperà, rifugiandosi (come già avevano fatto i suoi “bravi”, colpiti sa simile sentenze) oltre l’Adda, fuori dalla giurisdizione del Ducato milanese, anche se ciò non lo sottrasse, qualche anno dopo, ad una “tragica morte”: rientrato -in una data imprecisata, ma sicuramente posteriore al 1609, anno in cui figura ancora tra i ricercati- in territorio milanese e rifugiatosi presso il Conte Taverna, suo amico di lunga data, fu da questi “tradito” e fatto assassinare negli scantinati del suo palazzo.