NOSTRA AETATE introduzione
Dichiarazione del Concilio Ecumenico Vaticano II sul DIALOGO INTERRELIGIOSO
Il secondo documento conciliare da prendere in considerazione è “Nostra Aetate” [1]
Strettamente parlando, essa non fa alcun riferimento al dialogo interreligioso, ma indica come guardare e come rapportarsi alle altre fedi: con stima e apertura. Come Dignitatis humanae, essa sancisce l’apertura nella Chiesa cattolica di una nuova modalità di approcciarsi alle altre religioni: con rispetto e in maniera dialogante. Si pone fine a secoli di discriminazioni, conflitti e incomprensioni.
La Dichiarazione nasce inizialmente con l’intento di interfacciarsi solamente con l’ebraismo, anche a motivo della Shoah, appartenente a un passato ancora molto prossimo. La nascita dello Stato di Israele però suggerisce ai Padri conciliari di allargare l’orizzonte per motivi politici: avrebbe potuto sembrare una presa di posizione pro Israele a discapito della popolazione araba del territorio, il che avrebbe fatto degenerare il dialogo e deturpato la vera natura dello scritto, di carattere esclusivamente religioso.
Il documento si è così espanso è ha abbracciato i fedeli musulmani come pure quelli delle tradizioni religiose orientali, induisti e buddhisti in particolare.
D’altro canto il contesto è favorevole perché la colonizzazione ha posto gli europei a contatto con le colonie d’Africa a quasi totalità islamica, ma anche con l’India, induista e buddhista. Non pochi intellettuali si appassionano alle culture mediorientali e orientali, al punto che nelle facoltà universitarie compaiono corsi di studi orientali; anche le facoltà teologiche iniziano ad approfondire le religioni non cristiane, conformemente allo slancio missionario che caratterizza la Chiesa di fine Ottocento e inizio Novecento. Al tempo del Concilio poi i flussi migratori iniziano a farsi consistenti e multietnicità, accompagnata da pluralismo religioso, sono un dato di fatto anche per l’Europa, come già da tempo lo è per gli Stati Uniti d’America.
Nostra Aetate non si pone questioni di dottrina o di natura teologica, ma piuttosto difende la bontà del dialogo, del rispetto reciproco e della convivenza pacifica fra i fedeli di diverse religioni. La Chiesa cioè si pone in un atteggiamento di accoglienza e sceglie di promuovere, prima di tutto al suo interno, il dialogo interreligioso. La Dichiarazione può permettersi tale apertura e tale pragmatismo perché, sempre nell’assise conciliare, si è prodotta la Costituzione Lumen Gentium, all’interno della quale si è analizzata la questione del pluralismo religioso dal punto di vista ecclesiologico e soteriologico, come anche la Dichiarazione Dignitatis humanae, relativa al diritto della persona di scegliere la religione di appartenenza e la libertà di professarla. Tale contesto perciò non intacca l’unicità del cristianesimo, come pure l’irrinunciabile azione missionaria della Chiesa.
I contenuti teologici di Nostra Aetate sono volutamente ridotti all’essenziale, proprio per salvaguardarne la natura dialogica. Essi sono sostanzialmente due: il riferimento al n° 5 a Genesi («Non possiamo invocare Dio Padre di tutti gli uomini, se ci rifiutiamo di comportarci da fratelli verso tutti gli uomini che sono creati ad immagine di Dio») e all’Apocalisse al n° 1 («gli eletti saranno riuniti nella città santa»).
Il non porsi il problema della salvezza dei non cristiani in questa Dichiarazione permette di non interfacciarsi con l’adagio patristico «nulla salus extra ecclesiam», come anche il formalismo giuridico-istituzionale della “Mysticis corporis Christis” [2]. La prospettiva teologica abbracciata dal Concilio è quella dell’inclusivismo teologico del compimento, cioè del convergere finale di tutte le religioni verso le verità cristiane: si supera l’ecclesiocentrismo in nome del cristocentrismo. Scrive Trianni:
Questo apprezzamento “naturale” delle religioni, tuttavia, non sarebbe stato né condiviso né condivisibile se non fosse stato appoggiato e puntellato a delle categorie teologiche di supporto come quella dei “semi del Verbo”, della “alleanza cosmica”, del “cristianesimo anonimo” o della “preparazione evangelica”. Prospettive, quelle menzionate, già formulate prima del Vaticano II da teologi del calibro di K. Rahner, J. Daniélou, H. de Lubac ed altri ancora, che proprio nell’aula conciliare hanno trovato una prima e concreta attuazione magisteriale [3].
A fondamento teologico dell’impianto è posta la dignità dell’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio: tale paternità divina rende tutti gli uomini fratelli, a prescindere da qualsivoglia differenza etnica, culturale o religiosa.
[1]
Sacrosanctum Concilium Oecumenicum Vaticanum II, «Declaratio de Ecclesiae habitudine ad religiones non-christianas Nosta aetate (28 decembris 1965)», AAS 58 (1966) 740.
[2]
AAS 35,193-248
[3]
P. Trianni, Nostra Aetate. Alle radici del dialogo interreligioso, Lateran University Press, Roma 2016