NOSTRA AETATE induismo
Dichiarazione del Concilio Ecumenico Vaticano II sul DIALOGO INTERRELIGIOSO
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La prima religione a essere citata è l’induismo. Di essa si dice:
Quanto alle religioni legate al progresso della cultura, esse si sforzano di rispondere alle stesse questioni con nozioni più raffinate e con un linguaggio più elaborato. Così, nell'induismo gli uomini scrutano il mistero divino e lo esprimono con la inesauribile fecondità dei miti e con i penetranti tentativi della filosofia; cercano la liberazione dalle angosce della nostra condizione sia attraverso forme di vita ascetica, sia nella meditazione profonda, sia nel rifugio in Dio con amore e confidenza [1]
I rapporti teologici con l’induismo hanno radici remote. La Chiesa indiana rivendica le sue radici nell’apostolo Tommaso. Nel Seicento ci sono missionari, quali per esempio il gesuita Roberto de Nobili, che mostrano apertura di cuore alla cultura indiana e ai suoi asceti. Altra figura di riferimento è Francesco Saverio, anch’egli gesuita.
Nel Novecento spiccano figure di eccezionale statura spirituale quali Jules Monchanin e Henri Le Saux che, insieme a Bede Griffiths e Raimon Panikkar, danno origine alla cosiddetta «Scuola teologica di Shantivanam», il cui riferimento non è più quello tomista – come i gesuiti di Calcutta -, ma piuttosto quello personalista (la posizione dei quattro però non è identica: se Monchanin, personalista, si appoggia alla visione missionaria di de Lubac, Henri Le Saux [2] vive una relazione fortemente mimetica con l’induismo e Panikkar [3], amico di entrambi, si dedica a una ricerca filosofica e teologica sul tema del dialogo tra cristianesimo e induismo).
Vi è poi Lanza del Vasto, discepolo di Ghandi, che fa una lettura biblica e teologica circa la non-violenza.
Ancora, vi sono teologi gesuiti che prima a Kurseong poi a Pune e a Delhi, allentano il legame con il tomismo per avvicinarsi allo spirito della religiosità indù e trovare una più autentica modalità di inculturazione. Ciò che accomuna questi teologi e uomini spirituali è l’apertura ai valori filosofici e religiosi dell’India.
Non è solo la Chiesa cattolica a impegnarsi nel dialogo con l’induismo, ma anche quella anglicana – anche a motivo del fatto che l’India è sua colonia -.
A livello laico dagli anni Trenta è fiorente l’interesse accademico per l’orientalismo e l’indologia, che porta alla conoscenza in traduzione dei Testi Sacri dell’induismo e del suo ascetismo.
In sede conciliare fondamentale è il contributo di Neuner, docente per oltre cinquannt’anni al Jnanan Deepa Vidyapeeth, l’Ateneo pontificio eretto nel 1893 nello Sri Lanka e poi nel 1955 trasferito a Pune. E’ una delle più prestigiose istituzioni teologiche indiane. Di origini austriache, gesuita, arriva trentenne, nel 1938, in India, inizia immediatamente attività accademica e intellettuale formando generazioni di preti, religiosi e laici. Suo obiettivo è dar vita a una teologia cristiana indiana, certo come è che la Chiesa è in grado di accogliere qualunque tipo di cultura. Il suo contributo è essenziale nel passaggio da una ecclesiologia coloniale a una comunità cristiana autenticamente indiana anche dal punto di vista teologico. A motivo della sua grande esperienza viene invitato come esperto al Concilio [4] accanto al vescovo di Pune Andrew D’Souza Alexis.
Riagganciandosi al n° 16 di Lumen Gentium, affronta la questione non tanto relativa al fatto che i non-cristiani siano salvati, ma sul “come” essi lo sono. Sembra voler superare non solo l’ecclesiocentrismo («extra ecclesia nulla salus»), ma anche l’inclusivismo, anticipando il teocentrismo che avrebbe caratterizzato la riflessione teologica degli anno Ottanta, per la quale Dio ha un piano salvifico per l’intera umanità e che essa include tutte le religioni. Tutti possono essere salvati dentro la loro propria religione non-cristiana; alla Chiesa spetta il compito di servire le religioni e comprendere come la Grazia agisce in vista della salvezza di ogni uomo. Scrive Trianni:
Neuner, richiamando implicitamente quella teologia della grazia che sta dietro Lumen Gentium di cui grande teorico era stato il suo professore Rahner, aggiungeva che queste religioni non sono mera teologia naturale o semplice morale naturale, perché dietro di esse vi è la grazia di Cristo. Al tempo stesso, però, aggiungeva che tali credenze rimangono ambigue perché “devono essere liberate da Cristo dall’ingarbugliamento con l’errore e il peccato”. Riprendendo sempre il cristocentrismo rahneriano sosteneva inoltre che “la fede cristiana rappresenta un universalismo radicale”. Ogni essere umano e ogni religione del mondo è sotto la grazia di Dio. Ma l’universalismo cristiano è fondato e centrato in Cristo [5]
La grazia di Dio ovviamente non è il solo agente; anche per Neuner a essa deve corrispondere la scelta di ogni singolo uomo nell’orientare in maniera adeguata la sua vita morale e religiosa.
[1]
NA 741.
[2]
Cf. P. Trianni, Henri Le Saux (Swami Abhisiktananda). Un incontro con l’India. Jaca Book, Milano 2011.
[3]
Cf. R. Panikkar, Il Cristo sconosciuto dell’Induismo, Jaca Book, Milano 2008.
[4]
Dà i suoi contributi in Optatam Totius, Ad Gentes, Nostra Aetate e corregge il discorso di Paolo VI a Bombay del 1964. Cf. Trianni, Nostra Aetate, 80.
[5]
P. Trianni, Nostra Aetate. Alle radici del dialogo interreligioso, Lateran University press, Roma 2026